SCICLI – L’inaugurazione del MACC, spazio museale ricavato dall’ex Convento del Carmine e ora dedicato all’arte contemporanea, presenta al pubblico settanta opere di Emilio Isgrò, figura di spicco nel panorama artistico italiano, la cui attività spazia dalle arti visive alla poesia e alla letteratura. La sua notorietà è primariamente associata alla pratica delle “cancellature”, avviata negli anni sessanta e divenuta elemento distintivo della sua ricerca estetica, con una prima significativa affermazione pubblica nel 1966.
Una lettura che ne riconosce l’originalità interpretativa suggerisce che l’intervento del maestro abbia rivelato inedite prospettive semantiche all’interno di testi preesistenti, anche di notevole rilevanza, orientandoli, attraverso la sottrazione, verso direzioni inattese. Tale approccio concettuale è stato ampiamente accolto come un contributo di indubbio valore artistico.
Annerire e Cancellare
Tuttavia, l‘atto di annerire elementi linguistici entro una architettura lessicale elaborata dal altri al fine di innestare nuove significati, può sollevare una riflessione sulla natura dell’intimo creativo applicato. La rielaborazione di concetti mediante la cancellazione con evidenti segni neri e quale strumento per indicare una visione personale, potrebbe suggerire una volontà meno autonoma nell’elaborazione di sistemi concettuali magari complessi, con un più facile azione su un pensiero preesistente, modificato attraverso la negazione/cancellazione selettiva.
È innegabile che tale “tecnica” abbia conferito a Isgrò visibilità e rappresenti oggi un tratto distintivo della sua fama. Ma può porsi l’interrogativo sulla “facile facilità” di disarticolare costruzioni e concetti altrui attraverso la semplice rimozione di porzioni testuali, al fine di generare una cosa che si può definire “nuova entità semantica”? L’analogia può essere con l’intervento in una composizione musicale da parte di un esecutore che cancella qui e là e che crea una simile questione legata alla autentica innovazione. Cosa che pare Isgrò abbia anche fatto.
Il “timore” è che l’intervento di cancellazione, volto ad offrire al pubblico il proprio approccio creativo porta ad una prospettiva di decostruzione selettiva del pensiero altrui. Smontare “I promessi Sposi”, l’Odissea, spartiti e carte geografiche, rende facile proporre un Mondo “saccheggiando” la costruzione altrui. A “spizzichi e bocconi” come si direbbe.
Negli ultimi anni, poi, il maestro Isgrò ha elevato la Formica a paradigma simbolico (anche o solo?) della realtà siciliana, o quantomeno di una sua peculiare interpretazione. E’ un approccio di ricca simbologia che fa brillare i temi centrali della sua poetica recente: il lavoro incessante, l’azione erosiva del tempo e la fragilità intrinseca del linguaggio e della cultura.
Secondo anche la interpretazione di Isgrò, la formica incarna l’emblema di un’operosità indefessa, di un’azione che dispiega la sua efficacia nel tempo. La dicotomia classica tra la cicala e la formica potrebbe aver suggerito a Isgrò l’impiego di tale insetto quale strumento privilegiato di comunicazione artistica.
Nella presentazione della sua tappa Sciclitana, appare la sua associazione della formica con la Sicilia. In una recente dichiarazione sul “Corriere della Sera”, Isgrò ha emblematicamente affermato: “la mia Sicilia è una Formica”, auspicando una trasformazione dei simboli e dei parametri identitari della regione, suggerendo un passaggio dall’epopea dell’Opera dei Pupi all’efficienza pragmatica dell'”Opera delle Formiche”. Un’ulteriore sottrazione, cancellazione magari si potrebbe intendere.
Isgrò sembra intraprendere un’operazione di decostruzione della retorica e della storia siciliana, da lui stesso definita “retorica sicilianista”, attraverso la cui obliterazione intende forse evidenziare il valore di una diversa retorica, quella europea, presumibilmente intesa come Unione Europea, prospettando un’evoluzione auspicabile.
In tale prospettiva, i siciliani “non sicilianisti”, esortati a trascendere la nozione di “sicilianitudine”, sono immaginati come formiche operose, incessantemente dedite al lavoro propedeutico al cambiamento.
In coerenza con tale intento, Isgrò si accinge a “cancellare” alcune sentenze emblematiche del Principe di Salina, figura aristocratica la cui esistenza e il cui radicamento in Sicilia ne avvalorano la testimonianza. Tra queste, la celebre affermazione sulla scarsa considerazione del tempo da parte dei siciliani, sottintendendo una presunta inerzia e una limitata proattività.
Ancor più incisivo appare il suo tentativo di obliterare due delle più importanti e valide anche oggi, a mio parere, riflessioni del Principe: la constatazione che “è il sonno ciò che i Siciliani vogliono. Avranno sempre sonno ed odieranno chi li sveglierà, sia pure per portare loro dei doni”, e la disillusa osservazione sulla riluttanza al progresso: “I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria“.
L’immagine di una Sicilia trasfigurata in operosa “formica” attraverso la cancellazione di storia, presenze, azioni, volontà e realtà pregresse e realtà attuale, potrebbe essere interpretata alla luce della prolungata distanza geografica del maestro Isgrò dalla sua terra natia, da cui si allontanò intorno al 1956.
Tale allontanamento, protrattosi per circa settant’anni, potrebbe aver attenuato il suo legame con la complessa realtà dell’essere siciliano, forse più affine alle dinamiche del Gattopardo che all’operosità formicale. Una dissonanza che forse egli stesso percepisce interiormente, come suggerisce la sua riflessione sul “Corriere”: “I Siciliani di razza – ha scritto – non se la sono mai presa per la biografia da ramingo ed esule, richiamandomi più che volentieri in patria ogni qualvolta che ritenevano che il mio impegno creativo potesse servire alla crescita cultura e sociale della Sicilia“.
Tuttavia, la complessità intrinseca di una realtà sedimentata come quella siciliana difficilmente si presta a una semplificazione concettuale ottenuta mediante la cancellazione di elementi costitutivi e sperando nei Siciliani come Formiche.

